Queen’s Cup 2011: il mio primo match di Muay Thai in Thailandia

Il 12 agosto è una data speciale in Thailandia. È il giorno della nascita della Regina Sirikit, venuta a mancare lo scorso anno, ed è anche il Mother’s Day thailandese e festa nazionale.

In tutto il Paese questa ricorrenza è sempre stata accompagnata da celebrazioni ed eventi. Ma per me il 12 agosto segna anche un anniversario molto personale.

Quindici anni fa, nella notte tra l’11 e il 12 agosto 2011, combattevo a Bangkok il mio primo match di Muay Thai in Thailandia.

E, tanto per cominciare con calma, era anche la prima volta che combattevo per una cintura.

La manifestazione si chiamava “มหกรรมมวยไทย เทิดไท้องค์ราชินี”, una grande manifestazione di Muay Thai organizzata in onore della Regina, e si svolgeva su un ring temporaneo allestito a Sanam Luang, nel cuore di Bangkok.

Il programma ufficiale era enorme: 25 incontri, fighter provenienti da 17 nazioni e cinque match validi per titoli WPMF. Una parte dell’evento sarebbe stata trasmessa in diretta nazionale su Thai Channel 7, dalle 00:30 alle 02:30.

Uno di quei cinque incontri titolati sarebbe stato il mio.

Ed era il sesto match della mia vita.

Era la prima volta che mettevo piede in Thailandia. Ero arrivata per raggiungere il mio compagno di allora, che lavorava vicino a Pattaya, e da poco meno di due mesi mi allenavo alla RMB di Pattaya — palestra che oggi esiste ancora, anche se con un altro nome e un’altra gestione.

Un giorno Rachid, il proprietario algerino della palestra, mi chiese se volessi combattere a Bangkok.

Boh… che ne sapevo io?

Io volevo combattere. Mi allenavo, mi sentivo pronta e quindi la risposta era abbastanza scontata: sì.

Non so se ci fu qualche problema di comunicazione tra lingue diverse o se semplicemente, con il mio broken English dell’epoca, non avessi capito un tubo. Fatto sta che circa una settimana prima dell’incontro venne fuori un piccolo particolare: non sarei andata a Bangkok semplicemente per fare un match.

Avrei combattuto per una cintura WPMF.

Solo dopo avrei capito quanto fosse importante quel titolo nel mondo della Muay Thai.

Ma io venivo dalla Satori. Avevo disputato in tutto cinque incontri: quattro dilettantistici con le protezioni e uno senza. Li avevo vinti tutti.

Quello di Bangkok sarebbe stato quindi appena il sesto match della mia vita.

Nella mia testa ero praticamente Giorgio Petrosyan female version.

Avrei potuto affrontare chiunque.

E naturalmente avrei vinto.

La mattina della pesata partimmo presto da Pattaya. Ero in macchina con Rachid e altre persone della palestra e ricordo ancora i grattacieli di Bangkok che scorrevano fuori dal finestrino poco prima di arrivare a destinazione.

Non conoscevo praticamente nulla di quella enorme metropoli. Ci ero stata una volta in giornata con Beppe, ma poco più.

Arrivammo in un albergo nella zona storica della città, vicino al Grand Palace e a Sanam Luang, dove si sarebbe svolto l’evento.

Beppe non era con me perché doveva lavorare. Io dovevo soltanto fare la pesata e aspettare che arrivasse quella sera.

Ero partita da Pattaya già intorno ai 56 kg e il match era a 57 kg.

All’epoca non ero abbastanza esperta neppure per sapere realmente come funzionasse un taglio del peso. A dire il vero non ne capivo nemmeno molto il senso — e, se devo essere sincera, ancora oggi continuo a farmi qualche domanda.

Alla pesata ufficiale arrivai a circa 55 kg.

La mia avversaria era Lindsay Ball, canadese, con molta più esperienza di me. Combatteva per la Sinbi Muay Thai di Phuket e, a quanto ricordo, ebbe parecchie difficoltà a rientrare nel peso.

La presentazione degli incontri validi per i titoli WPMF, Bangkok, agosto 2011.

La Sinbi pubblicò successivamente su YouTube due video dedicati alla sua preparazione e al dietro le quinte di quei giorni a Bangkok. Ricordo anche che, in qualche modo, dall’altra parte era passata l’idea che fossi io quella più esperta, quella da battere.

La realtà era praticamente l’opposto.

Eppure fui messa all’angolo rosso, tradizionalmente quello riservato al fighter di casa o comunque al favorito.

Con quello che so oggi, mi chiedo come abbia fatto all’epoca a salire su quel ring per un titolo WPMF, in una categoria che non era neppure realmente la mia, al sesto match della mia vita e senza praticamente sapere fare clinch.

Ma mancava ancora un particolare.

Rachid mi diede i pantaloncini che avrei dovuto indossare per il match.

Avevano la bandiera francese.

Quella sera ero Miriam Sabot, Team France.

Perfetto.

Ma a me non importava assolutamente nulla.

Tra ingenuità, incoscienza e ignoranza, nessuno sarebbe riuscito a togliermi dalla testa la convinzione che avrei vinto. E anche se non fosse successo, avrei comunque dato filo da torcere a quella ragazza che ancora non sapeva chi fosse Miriam della Satori.

Nel 2011, poi, non c’erano tutte le dinamiche social di oggi. Di me su YouTube praticamente non esisteva nulla. Ero una perfetta sconosciuta.

Ma avevo grinta, cazzimma e una voglia enorme di vincere.

Nella mia testa sarebbe bastato.

La sera della pesata arrivò finalmente Beppe.

Non vedevo l’ora di raccontargli tutto quello che era successo durante la giornata e soprattutto una coincidenza che mi aveva fatto molto piacere: tra le altre persone che avrebbero combattuto nell’evento c’era anche Lena, una ragazza croata che ogni tanto veniva ad allenarsi alla Satori, principalmente per fare sparring duro con me.

In mezzo a tutto quel caos, in una città che non conoscevo e circondata quasi esclusivamente da sconosciuti, vedere una faccia familiare fu bellissimo.

Con Lena, una delle ragazze che ogni tanto veniva ad allenarsi alla Satori. Ritrovarla a Bangkok fu una bellissima sorpresa.

Il giorno del match io e Beppe uscimmo a mangiare e a fare due passi.

A un certo punto un tassista mi fermò e mi chiese se fossi una fighter.

Gli risposi di sì.

Lui si infervorò immediatamente e cominciò a farmi un sacco di domande. Peccato che io non capissi ancora una parola di thailandese.

A un certo punto mi chiese se poteva toccarmi le tibie.

Passò una mano sopra e, soddisfatto, disse:

“Strong.”

Quell’episodio mi è rimasto impresso per anni.

Credo sia stato uno dei primi momenti in cui ho pensato che la Thailandia non potesse che essere il “mio” posto.

Qui, quando dici che pratichi Muay Thai, nessuno ti guarda come se avessi appena annunciato di vivere su Marte.

Sanno perfettamente di cosa stai parlando. È il loro sport nazionale. E molto spesso percepisci interesse e rispetto, perché sanno che dietro non c’è soltanto uno sport, ma una vita fatta di allenamenti, sacrifici e fatica.

Era molto diverso da quello che avevo conosciuto fino ad allora in Italia.

Il ring era stato montato a Sanam Luang, non lontano dall’albergo, così Rachid e Song, il mio trainer thailandese, mi fecero massaggio e bendaggi direttamente in camera.

Ricordo un clima bellissimo e sorprendentemente rilassato.

Risate, battute.

Il tempo volò.

E quasi senza rendermene conto eravamo già sotto il ring, pronti a salire.

Ero il primo match della parte notturna dell’evento. Cominciarono le presentazioni e le cerimonie ufficiali: autorità thailandesi in giacca e cravatta, discorsi, attese.

Eravamo già in ritardo.

Nel frattempo aveva iniziato a piovere.

E il ring era completamente all’aperto.

Sanam Luang, Bangkok. Il pubblico sotto gli ombrelli mentre continuavano le cerimonie ufficiali.

Era ormai passata da tempo la mezzanotte quando mi ritrovai sul ring con una bandiera francese in mano, in prima fila insieme a un’infinità di persone. Lindsay era dall’altra parte.

I promoter delle grandi promotion e degli stadi thailandesi durante la cerimonia ufficiale. Rachid venne presentato come promoter della Francia. Dietro la bandiera francese… io.

Ci fu l’inno nazionale. Poi la canzone dedicata alla Regina. Poi la presentazione del titolo WPMF.

Io capivo poco o niente.

Ogni tanto sentivo il mio nome e quello della mia avversaria.

E intanto continuava a piovere.

Pensavo:

Si scivolerà su questo ring.

E subito dopo:

E se cancellano tutto?

Come se non bastasse, avevo anche il guantone destro troppo stretto. Mi faceva male e cominciavo quasi a non sentire più la mano.

Cercai di farlo capire a Beppe, che era all’angolo insieme a Rachid, ma ormai i guantoni erano chiusi e sigillati e non c’era più tempo per fare nulla.

Mi dissero semplicemente di continuare a muovere la mano.

E io ero lì da un’eternità, immobile come uno stoccafisso, aspettando che finissero tutte quelle cerimonie.

Mi ero scaldata bene.

Ero pronta.

E già allora odiavo aspettare inutilmente prima di combattere.

Finite le cerimonie arrivò finalmente il momento del Wai Kru.

Il mio consistette praticamente nel solito giro veloce del ring.

Non per scelta stilistica.

Semplicemente perché nessuno me lo aveva mai insegnato.

E incredibilmente sarebbe rimasto così per gran parte della mia carriera, fino a quando, molti anni dopo, sarei arrivata alla Manop Gym.

Poi finalmente suonò la campana.

Il match iniziò.

Io partii agguerrita e, riguardandolo oggi, penso di aver messo a segno anche colpi molto più belli dei suoi.

Quello che soffrii veramente fu soprattutto la differenza fisica.

Non tanto il clinch in sé — non credo che nemmeno lei ne sapesse moltissimo — quanto il peso quando riusciva a schiacciarmi contro le corde spingendomi con la spalla.

Ho combattuto cinque round come se da quel match dipendesse tutto.

A ogni fine round ricordo Song che arrivava di corsa, mi prendeva e praticamente mi sollevava fino all’angolo.

Song veniva a recuperarmi in mezzo al ring alla fine di ogni round.

Prima dell’ultimo round mi tolsero persino le cavigliere.

Particolare che scoprii soltanto il giorno dopo, riguardando il video.

Alla fine diedero la vittoria e la cintura WPMF a Lindsay.

Ma io, quella notte, mi sentii GRANDE.

Avevo combattuto cinque round sotto la pioggia, a Sanam Luang, nel cuore di Bangkok, per un titolo WPMF.

Al sesto match della mia vita.

In una categoria troppo alta per me.

Combattendo da mercenaria sotto bandiera francese.

Nel cuore della notte.

E, in mezzo a tutta quella follia, il nostro incontro veniva trasmesso in diretta nazionale su Channel 7.

Sono quelle cose che vanno raccontate.

Quelle esperienze che, nel bene o nel male, ti rimangono addosso per sempre.

Ricordo Sanam Luang pieno di persone con gli ombrelli aperti.

La pioggia sul ring, invece, non ricordo quasi di averla sentita.

Che follia.

Che vita, la vita da Nak Muay.

Quello che allora non potevo sapere

Negli anni successivi, continuando il mio percorso nella Muay Thai, ho perso molta dell’ingenuità con cui ero salita su quel ring.

Ho perso un po’ del mio essere naive.

Sconsiderata, invece, sono rimasta abbastanza. Negli anni ho accettato anche match decisamente peggiori.

Ma soprattutto ho iniziato a comprendere tante delle sfaccettature che stanno dietro al matchmaking.

Con gli occhi di oggi, quella notte la vedo in modo molto diverso.

Io non ero nessuno nel panorama della Muay Thai thailandese. Ero una beginner appena arrivata a Pattaya, con cinque incontri alle spalle e senza alcuna identità nel circuito thailandese.

La mia avversaria combatteva invece per una palestra molto più conosciuta, aveva molta più esperienza e quel titolo rappresentava per lei un’opportunità importante.

A distanza di anni è difficile non pensare che fossi esattamente il tipo di avversaria che serviva: una sconosciuta, con poca esperienza, arrivata da poco in Thailandia e pronta a salire sul ring senza fare troppe domande.

Una specie di vittima sacrificale perfetta.

E invece, nella narrazione che circolava intorno all’incontro, sembravo essere io quella più esperta. Quella da battere.

Mi misero persino all’angolo rosso.

A ripensarci oggi mi viene da ridere.

Allora, però, non mi facevo nessuna di queste domande.

Volevo semplicemente combattere.

E forse una parte della forza che ebbi quella notte veniva proprio da quella totale inconsapevolezza.

Chi guarda un match vede due fighter che salgono sul ring. Molto spesso non vede tutto quello che è successo prima. Non conosce gli accordi, il matchmaking, le differenze reali di peso e di esperienza, gli interessi delle palestre e dei promoter.

Io stessa, quella notte, non vedevo niente di tutto questo.

L’ho imparato negli anni.

Ed è anche questa la Muay Thai che voglio raccontare.

La mia Muay Thai. Quella reale.

Non sempre è pura. Non sempre è giusta. E non sempre è romantica come può apparire vista da fuori.

A volte è incredibile e riesce a regalarti molto più di quanto avresti mai immaginato.

Altre volte ti delude così tanto da farti pensare di mollare tutto e chiederti:

Ma, in fin dei conti, chi me lo fa fare?

Eppure, quindici anni dopo quella notte sotto la pioggia a Bangkok, sono ancora qui.

Forse la risposta è tutta lì.

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