2013: l’anno della svolta — Parte 1: Il giorno in cui tutto cambiò

Nella vita di ognuno credo ci siano uno o due momenti che rappresentano davvero una svolta. Momenti che ti mettono a terra o ti cambiano così profondamente da non lasciarti altra scelta se non quella di reagire.

Il mio arrivò nel maggio del 2013.

Come ho raccontato nell’articolo precedente, dedicato alla mia prima volta in Thailandia nel 2011, il mio compagno dell’epoca, Beppe, aveva ricevuto una grande opportunità di lavoro a Pattaya. L’avevamo presa entrambi molto bene. Io, forse, ancora più di lui: fin dall’inizio avevo immaginato che, una volta stabilizzata la sua situazione lavorativa, lo avrei raggiunto e avremmo continuato la nostra vita insieme in Thailandia.

Le cose, però, non andarono come avevo immaginato.

A volte penso che certe cose debbano semplicemente andare nel modo in cui vanno. Che se la mia vita avesse seguito un’altra strada, oggi probabilmente non sarei la persona che sono.

Quello che so con certezza è che io non ero, e non sono, fatta per una relazione a distanza. E, a dire il vero, mi chiedo se qualcuno lo sia davvero.

Quindici ore di viaggio, cinque o sei ore di fuso orario, vite che improvvisamente scorrevano su due continenti diversi: era una combinazione difficile anche per una relazione che durava da più di tredici anni.

Per undici anni e mezzo posso dire ancora oggi che fu una gioia crescere accanto a Beppe. È anche grazie a lui che avevo scoperto la Muay Thai e la Satori.

Gli ultimi anni, però, furono diversi. Dopo aver vissuto praticamente in simbiosi, essere cresciuti insieme, avere gli stessi amici, gli stessi posti e una quotidianità completamente condivisa, quella distanza cominciò lentamente a consumarci.

Posso parlare solo per me: ero completamente persa.

Beppe era stato per anni il mio punto di riferimento, il mio migliore amico, la persona con cui avevo costruito praticamente tutta la mia vita adulta. Quando mi ritrovai improvvisamente da sola, mi accorsi di non sapere più bene chi fossi senza di lui.

Dove finiva Miriam, la compagna di Beppe, e dove iniziava semplicemente Miriam?

Dopo così tanti anni passati a condividere pensieri, abitudini, amici e pezzi di vita, avevo quasi smesso di distinguere le due cose.

Avevo appena concluso l’università, iniziata più tardi rispetto alla maggior parte delle persone, e non avevo ancora trovato una vera direzione professionale. Nonostante la laurea in Scienze Motorie, il lavoro migliore che ero riuscita a trovare era come istruttrice di ginnastica artistica.

Con alcune delle bambine che allenavo nella ginnastica artistica, poco prima dell’estate del 2013.

Il progetto era diventato quello di raggiungere Beppe in Thailandia quando la sua situazione lavorativa fosse diventata abbastanza stabile.

Ma quella stabilità non arrivava.

Nei periodi in cui andavo a trovarlo a Pattaya provavo anche a capire se ci fosse qualche possibilità di lavorare lì. All’epoca, però, avevo poca esperienza da mettere nel curriculum, il mio inglese era tutt’altro che perfetto e trovare un lavoro regolare in Thailandia come straniera non era semplice. La frustrazione cresceva.

Tra il 2011 e il 2013 tornai diverse volte in Thailandia: durante le vacanze invernali, nell’estate del 2012 e ancora nell’inverno successivo. Restavo qualche mese, poi tornavo in Italia. Beppe era riuscito a tornare a casa solo per poche settimane nel corso di quei due anni.

Thailandia, 2012. Ero tornata a Pattaya per stare con Beppe. Le cose tra noi stavano già cambiando, anche se allora continuavo a pensare che fosse soprattutto colpa della distanza.

Nel maggio del 2013 tornò nuovamente in Italia.

Ricordo ancora quanto fosse strano la sera in cui venne a prendermi alla palestra di ginnastica artistica, appena rientrato dal viaggio. Pensai fosse solo stanchezza.

Cenammo a casa di sua mamma e poi partimmo verso casa mia, dove almeno avevamo un letto matrimoniale. Sulla strada tra Romans d’Isonzo e Villesse, alla fine dovetti chiedergli cosa avesse.

Fu allora che mi disse:

“Sono rientrato in Italia per il matrimonio di mio fratello e per lasciarti.”

Boom.

Il colpo arrivò pieno. Dritto al cuore.

Le cose tra noi non andavano bene da un po’ di tempo, ma io ero convinta che fosse colpa della distanza. Quando eravamo insieme, nella mia testa, eravamo ancora noi. Lontani era tutto diverso.

Io piangevo spesso, soprattutto dopo le chiamate su Skype. E anche durante quelle chiamate ero ormai quasi sempre triste. Dalla ragazza solare con cui era cresciuto e aveva costruito una vita, Beppe si ritrovava davanti allo schermo una persona completamente diversa.

Ero entrata in una spirale di tristezza e mancanza dalla quale non riuscivo più a uscire. Pensavo continuamente a come raggiungerlo e vivere le giornate senza di lui era diventato doloroso.

Faceva male davvero.

Nel frattempo continuavo ad allenarmi alla Satori, ma anche la Muay Thai risentiva di quello che stavo vivendo.

Ricordo un match in Umbria. Mentre camminavo verso il ring, Alfio, che era con me per quella trasferta, mi mise semplicemente una mano sulla spalla. Un gesto piccolo. Un “sono qui con te”.

Orvieto, 2012. L’ingresso al ring con Alfio e alcuni momenti del match.

Guarda il match completo su YouTube

In un altro momento mi avrebbe caricata. Quella sera, invece, mi vennero le lacrime agli occhi e dovetti fare uno sforzo enorme per non farle vedere.

Finì con un pareggio e con una prestazione che preferirei dimenticare.

Non ero io.

Continuavo a essere convinta che, se fossimo riusciti a tornare insieme nello stesso posto, avremmo potuto sistemare tutto. Per questo non avevo mai realmente considerato la possibilità che lui potesse decidere di chiudere quella relazione.

Quando pronunciò quelle parole ero alla guida della mia Renault Clio nera.

Accostai e scesi dalla macchina perché avevo bisogno di respirare. Per qualche minuto ebbi davvero la sensazione che tutto intorno a me stesse implodendo e che nulla avesse più senso.

Era il 23 maggio 2013.

E io avevo già comprato un biglietto Qatar Airways per Bangkok.

Mi aggrappai perfino a quello.

“E adesso cosa faccio con questo biglietto?”

Quando mi rispose di provare a farmelo rimborsare, capii che per lui non c’era più niente da salvare.

Il rimborso, tra l’altro, non era possibile.

Nei giorni successivi ci fu anche un’altra parte che ricordo come particolarmente dolorosa: dirlo alle nostre famiglie. Dopo tredici anni e mezzo non stavamo semplicemente annunciando la fine di una relazione. Per molti versi, le nostre famiglie erano diventate una sola famiglia.

Ricordo soprattutto il momento in cui lo dicemmo a mio papà.

Eravamo tutti in lacrime. Mio padre mi abbracciò forte, fortissimo. Poi ci guardò e ci chiese:

“Ma non c’è proprio niente che si può fare? Se vi volete bene, potete trovare un modo.”

Non dimenticherò mai quelle parole.

Vedere mio padre così coinvolto rese tutto ancora più reale. Era come se, ogni volta che pronunciavamo quelle parole davanti a qualcuno, un altro pezzo della vita che avevo conosciuto fino a quel momento diventasse definitivamente passato.

Pochi giorni dopo Beppe ripartì per Pattaya.

Ci salutammo sotto casa mia. Mi aveva riportato un borsone con alcune delle mie cose. Lo abbracciai un’ultima volta sapendo che, molto probabilmente, sarebbe stata davvero l’ultima.

Poi se ne andò.

E io rimasi lì.

A pezzi.

Smisi anche di andare in palestra. Non volevo entrare alla Satori e trovarmi davanti persone che mi conoscevano da anni, rispondere alle loro domande o rischiare di scoppiare a piangere.

Così iniziai a correre. Correvo tantissimo.

Ma quando si corre — almeno per me è così — si finisce per pensare tanto. E capitava che, mentre correvo, mi salisse un nodo alla gola e cominciassi a sentirmi soffocare, quasi come durante un attacco d’asma. A quel punto dovevo fermarmi.

Villesse mi stava stretta.

Ogni strada, ogni posto, ogni persona sembrava riportarmi a una vita che fino a poche settimane prima pensavo sarebbe stata la mia per sempre. Potevo correre quanto volevo, ma non riuscivo a scappare da quella sensazione.

E soprattutto da una cosa: mi rendevo conto di aver lasciato che gli eventi decidessero al posto mio.

Avevo aspettato. Avevo sperato. Avevo passato mesi pensando che la soluzione sarebbe arrivata da fuori.

Anni dopo, guardandomi indietro, è questa la cosa che mi pesa di più di quel periodo: non la fine della relazione in sé, ma il fatto di essermi lasciata trascinare dagli eventi fino al punto di non riconoscermi più.

Come avevo potuto permettere di perdermi a tal punto da non riuscire nemmeno a prendere la decisione giusta per me?

Poi, un pomeriggio, successe una cosa apparentemente insignificante.

Ero sola a casa e stavo piangendo, seduta per terra. Mi chiamò Claudio, un mio amico. Era di passaggio sotto casa con il camion delle consegne che usava per lavoro.

Non avevo voglia di vedere nessuno.

Alla fine lo feci salire.

Mi abbracciò.

E in quell’abbraccio mi sentii improvvisamente piccola, debole, completamente inerme.

Fu allora che nella mia testa comparve un pensiero chiarissimo.

Mai più.

Non volevo mai più sentirmi così.

Fu probabilmente quello il vero momento della svolta.

Avevo deciso.

Quel volo per Bangkok lo avrei preso.

Non volevo quasi dirlo a nessuno. Volevo semplicemente sparire per un po’. Andare in un posto dove nessuno mi conoscesse, dove nessuno mi vedesse come “Miriam, l’ex di Beppe”, dove ogni strada, ogni piccolo dettaglio non fosse legato a un ricordo.

Sentivo di dover capire chi fossi rimasta io, una volta tolto tutto quello che per anni avevo considerato parte inevitabile della mia identità. Avevo bisogno di vedere cosa fosse rimasto della Miriam solare, indipendente e felice che ricordavo. E capire da lì cosa valesse la pena ricostruire.

A Villesse non ci sarei riuscita.

Forse non ci sarei riuscita nemmeno dall’altra parte del mondo.

Ma avevo già perso quella che pensavo sarebbe stata la mia vita.

E avevo un cazzo di biglietto aereo per Bangkok.

Valeva la pena provare.

Una cosa, però, era certa: non sarei andata a Pattaya.

Volevo stare il più lontano possibile da quella città e da tutto quello che rappresentava in quel momento.

Cominciai quindi a cercare un posto dove andare. Mi bastarono poche ricerche per decidere che la mia destinazione sarebbe stata l’Isan, il Nord-Est della Thailandia: una regione molto diversa dalle località turistiche che avevo conosciuto fino ad allora e una delle terre da cui provengono moltissimi dei grandi fighter thailandesi.

Scelsi Ubon Ratchathani.

Avevo tre mesi davanti a me.

Potevo passarli in Friuli a piangermi addosso.

Oppure potevo andare dall’altra parte del mondo e aggrapparmi all’unica cosa che sapevo con certezza essere ancora mia.

La Muay Thai.

Quella cosa che, anche nei momenti peggiori, riusciva ancora a farmi sentire viva.

A farmi sentire me stessa.

Thailandia, estate 2013.