2013: L’anno della svolta – Parte 2: Ubon Ratchathani

I preparativi per la partenza durarono poco. Avevo poco più di un mese a disposizione e, tra il lavoro a scuola con i bambini delle elementari e dell’asilo e la preparazione del saggio di fine anno delle bambine della ginnastica artistica, non avevo neppure molto tempo per pensare. Eppure, quel poco bastava a fare male.

Visto che l’idea era di andare in Thailandia a fare Muay Thai e, praticamente, uccidermi di allenamento, la prima cosa che pensai di fare fu tagliarmi i capelli. Ma tagliarli davvero! Cortissimi, quasi come un maschio. Per praticità, niente di più.

So che tante persone cambiano taglio di capelli per segnare simbolicamente un nuovo inizio, ma nel mio caso non c’era niente di tutto questo. Pensavo soltanto alle almeno due docce al giorno che mi aspettavano e a quanto tempo avrei risparmiato senza dover pettinare e asciugare i capelli ogni volta. Finì comunque per diventare un cambiamento anche nell’immagine.

Con quella nuova testa arrivai a Bangkok. Da sola.

Bangkok, giugno 2013. In attesa dell’autobus per Ubon Ratchathani.

Mio fratello Luca mi aveva accompagnata all’aeroporto di Venezia. Credo che lui avesse capito meglio di tanti altri cosa mi stesse passando per la testa. Durante il volo qualche lacrima scese. Pensavo che stavolta non sarei potuta andare dal mio Beppe. Anzi, che il mio Beppe non era più mio.

Dall’aeroporto di Bangkok presi l’Airport Rail Link fino a Phaya Thai e poi la BTS fino a Mo Chit. Da lì avrei dovuto prendere un taxi per raggiungere la stazione degli autobus del nord, Mo Chit 2. Con la valigia, a piedi, non ce l’avrei fatta. Da quella stazione partiva il bus che mi avrebbe portata a Ubon Ratchathani, nel nord-est della Thailandia, nella regione dell’Isaan.

Il terminal era molto spartano, caotico e quasi tutto scritto in thailandese. Dovetti chiedere informazioni più volte. Un po’ per l’inglese dei thailandesi, che non era sempre perfetto, e un po’ per il mio, che all’epoca faceva ancora schifo!

Oggi quella stazione è molto più organizzata e decisamente più farang friendly, ma nel 2013 mi sembrava un altro mondo. Ricordo tutti quei thailandesi sdraiati sulle sedie della stazione, intenti a dormire nell’attesa del proprio autobus. Ero circondata soltanto da thailandesi. Nessun altro straniero.

La cosa mi preoccupava un po’, ma allo stesso tempo mi rassicurava. Era esattamente quello che cercavo. Ero convinta di aver fatto la scelta giusta e non vedevo l’ora che cominciasse l’avventura.

La strada che portava alla K.R.S. Gym, Ubon Ratchathani, 2013.

Quando salii sul bus mi assegnarono il posto davanti, proprio dietro il parabrezza. Avevo tutto lo spazio necessario per le gambe e una visuale perfetta sulla strada. Non c’erano molti passeggeri. Mi aspettavano undici comodissime ore di autobus. Per fortuna notturne!

Una cosa importante da ricordare: nel 2013 non avevo internet sul telefono. Niente Google Maps, niente traduttori, niente possibilità di cercare informazioni al volo. Avevo soltanto una cartina e l’indirizzo dell’albergo che avevo prenotato per le prime notti, proprio accanto alla palestra dove avevo deciso di allenarmi: la K.R.S. Gym.

La palestra era esattamente come la volevo. Piccola, spartana, senza fronzoli. Un ring con le corde non ricoperte, un paio di sacchi da boxe, anche se soltanto uno era realmente utilizzabile: duro come il cemento e mezzo rotto. Niente strutture moderne, niente classi piene di turisti. Solo Muay Thai.

La K.R.S. Gym, dove mi allenavo durante il mio soggiorno a Ubon Ratchathani.

Il manager all’epoca era Sasaki, un giapponese molto gentile e amichevole. C’era un unico trainer thailandese, di cui purtroppo non ricordo il nome. E poi c’erano gli altri allievi. A parte me, erano tutti ragazzini. Un paio di adolescenti e alcuni bambini, sia maschi che femmine. Tre di loro venivano dal Laos e il padre li accompagnava ogni giorno in palestra. Una delle ragazzine, quella con i capelli più corti, era fortissima.

Una delle giovani atlete della K.R.S. Gym.

Non si parlava molto. Io, in quel periodo, non avevo granché voglia di conversare e, comunque, la barriera linguistica rendeva tutto più complicato. Ma ci allenavamo insieme e, in fondo, non avevamo bisogno di parlare molto.

Allenamento ai pao alla K.R.S. Gym, Ubon Ratchathani, luglio 2013.

Le mie giornate ruotavano completamente intorno alla Muay Thai. Mi allenavo tanto e ogni mattina andavo anche a correre nel parco vicino. Fu proprio durante una di quelle corse che scoprii un’altra particolarità della Thailandia: a una certa ora dagli altoparlanti partiva l’inno nazionale e tutti si fermavano, immobili, in segno di rispetto. La prima volta rimasi un po’ sorpresa, ma imparai subito ad adeguarmi.

Un’altra mattina, invece, dovetti rinunciare alla corsa per un motivo decisamente meno solenne. Un cane aveva deciso che non sarei passata davanti alla sua strada. E quando vidi che stavano arrivando anche i suoi amichetti, pensai che fosse meglio cambiare percorso prima di finire come carne in scatola!

Una sera, dopo alcune settimane che ero lì, il padre dei ragazzini laotiani mi invitò ad andare a vedere i suoi figli combattere. Accettai immediatamente.

Ci ritrovammo alla palestra verso le sei di sera, più o meno all’ora del tramonto. Mi fecero salire su un camioncino piuttosto fatiscente. Sul retro salirono anche altri ragazzini che avrebbero combattuto quella sera. Non sapevo praticamente nulla. Non sapevo dove stessimo andando, quanto tempo ci avremmo messo e neppure esattamente chi avrebbe combattuto.

Dopo un bel po’ che viaggiavamo, ormai nel buio più completo, mi venne improvvisamente un pensiero. Questi potrebbero tranquillamente darmi un colpo in testa, derubarmi e abbandonarmi qui, in mezzo ai campi dell’Isaan. E chi mi troverebbe mai!?

Ma il mio sesto senso non aveva mai sbagliato. Erano brave persone. Semplici, sorridenti, genuine. Non vollero neppure che pagassi l’ingresso ai combattimenti.

Quando scesi dal camioncino, però, capii anche perché. Eravamo praticamente in mezzo al nulla. Davanti a noi c’era uno di quei grandi capannoni tipici thailandesi, con il pavimento di terra e sabbia tutto intorno. All’interno, naturalmente, un ring.

Seguii una delle ragazzine, che portava sottobraccio una di quelle stuoie che i thailandesi utilizzano spesso per sedersi o mangiare per terra. Senza dire una parola, la sistemò in un angolo, non troppo lontano dal ring. Lì, insieme al fratello maggiore, cominciò a prepararsi. Il trainer fasciò loro le mani, li massaggiò e li preparò per i combattimenti.

Il dietro le quinte dei combattimenti in una serata di Muay Thai nell’Isaan.

Poi, uno dopo l’altro, salirono sul ring. La ragazzina più forte combatté per prima, contro un bambino maschio. Il fratello maggiore combatté più tardi. Non ricordo i risultati, ma ricordo che furono bravissimi.

Un incontro di Muay Thai durante una serata di combattimenti locali nell’Isaan, giugno 2013.

Quella sera vidi una Muay Thai diversa da quella che avevo conosciuto fino a quel momento. Non c’erano le comodità o l’organizzazione degli eventi ai quali avevo assistito in precedenza. La gente era accalcata intorno al ring. Gli scommettitori erano dappertutto. Si respirava un’atmosfera particolare. Tutto sembrava ruotare intorno a quei combattimenti.

Nel frattempo il mio trainer e il padre dei ragazzini laotiani andavano in giro a raccontare che nella loro palestra si allenava una farang italiana che voleva combattere, ma non riusciva a trovare un’avversaria. Ed era proprio così. Mi trovavo nella culla della Muay Thai, mi allenavo ogni giorno, ma non riuscivo a trovare nessuna con cui salire sul ring.

Quella sera mi presentarono diverse ragazze. Mi salutavano, sorridevano, ma appena qualcuno proponeva loro di combattere contro di me, la risposta era sempre la stessa: no, grazie.

Credo fossero più spaventate dai miei capelli cortissimi e dai deltoidi ben definiti che dalla possibilità che fossi effettivamente pericolosa sul ring! Tra il periodo di depressione e gli allenamenti durissimi ero arrivata a pesare circa 56 chili.

A un certo punto, nel bel mezzo della serata, qualcuno mi chiamò sul ring. Non capivo bene cosa stesse succedendo. Parlavano tutti in thailandese. Mi ritrovai al centro del ring mentre presentavano al pubblico questa farang from Italy che voleva combattere. Mi sentivo un po’ un fenomeno da baraccone!

Mi fecero inchinare e salutare tutti. Ricordo ancora un ragazzo che, da lontano, urlò: «I love you!». Probabilmente era l’unica frase che conosceva in inglese, insieme a «Good morning, teacher!».

Ero imbarazzatissima, ma avrei fatto qualsiasi cosa pur di riuscire a trovare un match.

Quando ero partita dall’Italia non sapevo nemmeno se avrei combattuto. Volevo soltanto allenarmi. Tanto, tantissimo. Era l’unico modo che conoscevo per stare un po’ meglio, anche se solo temporaneamente.

Ma dopo settimane di allenamenti, senza un obiettivo preciso, cominciavo a sentirmi frustrata. Avevo tanta rabbia dentro e allenarmi non bastava più. Avevo bisogno di salire su quel ring. Perché almeno lì, per quei pochi minuti, non pensavo a Beppe. Non pensavo a quello che avevo perso, né a quello che sarebbe stato della mia vita.

Sul ring ero ancora io.

Le botte che avrei potuto prendere combattendo non erano niente in confronto a quello che mi si era rotto dentro. Al dolore che avevo già provato. E forse avevo bisogno di combattere proprio per dimostrare a me stessa che, da qualche parte, quella parte di me esisteva ancora.

Nel frattempo Beppe aveva scoperto dove mi trovavo. Era riuscito a entrare nel mio indirizzo e-mail e aveva trovato le notifiche della prenotazione dell’albergo. Diceva di essere preoccupato per me. Stupida io che non avevo cambiato password.

Riuscì così a rintracciarmi e ricominciammo a comunicare tramite SMS. Una tarda mattinata stavo passeggiando per Ubon, alla ricerca di qualcosa da mangiare, quando arrivò un suo messaggio. Finalmente mi scrisse quello che fino a quel momento non era riuscito a dirmi.

«Non ti amo più.»

Può un cuore rompersi più volte? A quanto pare sì.

Incredulità e rabbia furono le prime cose che provai. Tutte quelle promesse, tutti quegli anni insieme. L’idea che avremmo sempre combattuto l’uno per l’altra. Dov’era finito tutto? Come si poteva smettere di amare qualcuno dopo avergli promesso il contrario?

Non riuscivo ad accettarlo. E quella rabbia aveva bisogno di uscire. Mi allenavo ogni giorno, correvo, prendevo a calci quel maledetto sacco duro come il cemento. Ma non mi bastava. Volevo combattere.

E a Ubon Ratchathani, dopo circa un mese, non ero ancora riuscita a trovare un’avversaria. Cominciavo a diventare insofferente. Era arrivato il momento di cercare un’altra palestra.

Ma dove?

Phuket era già allora una destinazione molto turistica. Avevo guardato diverse palestre su internet e molte mi sembravano troppo commerciali. Non avevo nessuna voglia di ritrovarmi circondata da altri farang. Mi piaceva quello che avevo trovato a Ubon: una palestra semplice, autentica, dove la Muay Thai era parte della vita quotidiana.

Volevo qualcosa di simile. Una palestra vecchia scuola, dove potermi allenare seriamente e, possibilmente, trovare finalmente un match. E naturalmente senza spendere una fortuna.

Tra le varie opzioni mi saltò all’occhio una palestra di Phuket: la Suwit Muay Thai. Accoglieva anche stranieri, certo, ma dalle fotografie sembrava avere ancora quell’aspetto un po’ trasandato che, per qualche motivo, mi ispirava fiducia.

I prezzi erano ragionevoli, molto più accessibili rispetto a quelli di palestre già famose come la Tiger Muay Thai, conosciuta anche allora per le classi con decine di persone. Non era quello che cercavo. Volevo continuare a concentrarmi soltanto sulla Muay Thai.

A Ubon avevo già dovuto fare un piccolo compromesso con la sistemazione. Inizialmente avevo pensato di trasferirmi nelle stanze della palestra, ma quando chiesi a Sasaki di mostrarmene una e vidi il materasso e la latrina, decisi che potevo tranquillamente concedermi il lusso del piccolo albergo economico dove avevo soggiornato fino a quel momento! Alla fine, anche l’alloggio aveva la sua importanza.

Decisi quindi che la mia prossima destinazione sarebbe stata Phuket. Ma Ubon Ratchathani aveva ancora un’ultima esperienza da regalarmi.

Prima che partissi, il mio trainer thailandese mi invitò ad andare con lui a vedere dei combattimenti in uno stadio locale. Potevo forse perdermi un’altra occasione per respirare Muay Thai pura? Ovviamente no.

Arrivammo allo stadio verso le cinque, cinque e mezza del pomeriggio. Era enorme, pieno di gente. Mi emozionai appena entrai. Ci sedemmo sugli spalti e, poco dopo, il trainer mi disse: «Scusami, devo andare!». E sparì nella bolgia di persone che si accalcavano intorno al ring, impegnate a scommettere sui propri favoriti.

Una serata di Muay Thai nello stadio di Ubon Ratchathani, luglio 2013.

Era esattamente come me lo ero immaginato. Anzi, forse ancora meglio.

Qualche anno prima ero stata al vecchio Lumpinee Stadium di Bangkok, quello che purtroppo oggi non esiste più. E ritrovai lì, a Ubon Ratchathani, qualcosa di molto simile.

È difficile spiegare cosa si prova entrando in uno stadio di Muay Thai tradizionale. Non posso trasmettere attraverso le parole gli odori, il rumore, l’atmosfera. Il rispetto, la sofferenza, la gioia. Tutto quello che si concentra in quei pochi metri quadrati di ring e intorno a esso.

È molto più di un semplice evento sportivo. Sia al Lumpinee sia in quello stadio di Ubon, per me c’era qualcosa che aveva quasi a che fare con la spiritualità.

Rimasi seduta sugli spalti a guardare i combattimenti di giovani talenti, uomini e donne. Le urla degli scommettitori diventavano veri e propri boati, soprattutto durante il terzo e il quarto round. Le loro mani si muovevano freneticamente, facendo gesti che per me non avevano alcun senso. Ma per loro, evidentemente, ne avevano eccome!

Io osservavo tutto. I combattimenti, gli scommettitori, le persone che urlavano, quelle che incitavano i fighter. Era la Muay Thai che avevo sempre voluto conoscere. Quella vera, lontana dagli spettacoli organizzati per i turisti.

Dopo qualche ora, e un paio di birrette, cominciai ad accusare la stanchezza. Rimanemmo allo stadio fin quasi alle due di notte. Avevo fatto praticamente il pieno di Muay Thai!

Durante la serata il trainer tornò un paio di volte a controllare che stessi bene. E ogni volta raccoglieva anche le lattine vuote che trovava in giro. Le avrebbe portate a riciclare per guadagnare qualche spicciolo. Un dettaglio piccolo, ma che ricordo ancora oggi.

Quando finalmente uscimmo dallo stadio, salimmo sul motorino e ci dirigemmo verso casa. Lungo la strada ci fermammo a mangiare una zuppa. Fu l’ultima cosa che feci a Ubon Ratchathani.

Per raggiungere Phuket, stavolta, decisi di non badare a spese. Niente altre undici ore di autobus. Presi un aereo!

Avevo già organizzato anche il trasferimento dall’aeroporto: il servizio di pick-up della palestra mi avrebbe accompagnata direttamente alle stanze dove avrei alloggiato.

Lasciavo Ubon Ratchathani senza essere riuscita a combattere, ma con un mese di allenamenti alle spalle e un’esperienza che non avrei dimenticato. Avevo conosciuto una Muay Thai semplice, lontana dai circuiti turistici. Avevo condiviso allenamenti e serate con persone con cui riuscivo a scambiare pochissime parole, ma dalle quali avevo ricevuto molto.

Un ricordo con gli allenatori e i giovani fighter della K.R.S. Gym, luglio 2013.

E soprattutto avevo capito che non potevo fermarmi lì. Avevo ancora bisogno di allenarmi, di combattere, di ritrovare me stessa.

Non sapevo cosa mi aspettasse dall’altra parte della Thailandia. E non so nemmeno cosa, alla fine, mi spinse proprio verso Phuket.

Ma il periodo che avrei trascorso lì, tra luglio e agosto del 2013, sarebbe diventato uno dei più belli che abbia mai vissuto.

Continua nella Parte 3 – Phuket.

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