Perché vivo e mi alleno in Thailandia: la mia prima volta nella Terra del Sorriso

La prima volta che misi piede in Thailandia fu nel lontano 2011.

Il mio ragazzo dell’epoca, Beppe, aveva ricevuto una proposta di lavoro da una ditta friulana che aveva una filiale qui in Thailandia e io, sua compagna da più di dieci anni, ne fui felicissima.

In palestra, alla Satori di Gorizia, Giorgio e Armen, quando si andava a correre fuori prima dell’allenamento (almeno trenta minuti ogni giorno), non facevano che raccontare aneddoti sulla Thailandia. Nella mia testa mi ero costruita un’immagine tutta mia di quel Paese, che nel frattempo era diventato una meta che sognavo di visitare.

Quando si presentò questa opportunità dissi subito a Beppe che non poteva rifiutare. Se le cose fossero andate bene, ci saremmo sistemati e trasferiti lì.

Partì prima lui e circa un mese e mezzo dopo, a metà giugno, lo raggiunsi.

La destinazione era Pattaya. Non esattamente il luogo più apprezzato dai turisti tradizionali, visto che è conosciuta soprattutto per essere la città simbolo del turismo sessuale in Thailandia.

Avevo trent’anni.

Il mio volo atterrò a Bangkok e ricordo ancora perfettamente la sensazione che provai appena uscita dall’aeroporto.

È difficile da spiegare.

Non avevo mai visto nulla di quel posto. Non sapevo che il Suvarnabhumi Airport sarebbe diventato negli anni uno degli aeroporti che avrei frequentato più spesso al mondo. La lingua era completamente diversa, le persone avevano volti diversi, tutto era nuovo.

Eppure mi sentii immediatamente a casa.

Presi l’autobus per Pattaya seguendo le istruzioni di Beppe: scendere a una determinata fermata e poi raggiungere l’albergo a piedi oppure prendere un taxi se avessi avuto difficoltà.

Ero felicissima di essere lì.

Prima di tutto per lui, ma anche per questa nuova avventura.

Nonostante non avessi dormito praticamente nulla durante il volo, mi sentivo piena di energia e curiosità.

Poi arrivò il mio primo vero incontro con la Thailandia.

O meglio: con il caldo della stagione delle piogge.

Dopo nemmeno dieci minuti di camminata con la valigia, senza marciapiedi degni di questo nome, immersa in un caldo umido e appiccicoso e nel caos che allora mi era completamente sconosciuto fatto di food vendor, taxi e traffico, arrivai finalmente all’albergo.

Completamente fradicia di sudore.

Con il mio inglese decisamente limitato chiesi le chiavi alla reception, accompagnando la richiesta con una quantità imbarazzante di scuse per essermi presentata in quello stato.

Per me quel primo giorno è stato speciale. Sono una persona molto semplice e spesso giudico le cose a sensazione, a pelle.

La Thailandia mi piacque immediatamente.

Per i primi mesi l’azienda aveva messo a disposizione di Beppe una stanza in un albergo a quattro stelle con piscina.

Per me era praticamente un sogno.

La prima cosa che feci fu cercare una palestra di Muay Thai.

Esclusi subito la Fairtex, che si trovava praticamente accanto all’albergo. All’epoca la consideravo troppo commerciale.

Io cercavo qualcosa di autentico.

Un camp senza aria condizionata, senza marchi alla moda e senza troppi fronzoli.

Una sera, passeggiando con Beppe verso il centro di Pattaya, passammo davanti alla RMB.

Era perfetta.

Chiedemmo informazioni a un ragazzo thailandese che parlava poche parole di inglese quanto noi.

Prezzi, orari e poche altre informazioni essenziali.

Era esattamente come immaginavo un vero camp di Muay Thai.

Uno spazio aperto.

Un ring al centro.

Piccole stanze per trainer e fighter sul lato sinistro.

Due bagni in fondo.

I sacchi sul lato destro.

Tra il ring e i sacchi c’era persino una colonna rivestita di pneumatici che veniva usata come sacco da colpire.

Il mattino seguente ero già lì.

Pronta per andare a correre con il gruppo della palestra.

Ricordo ancora benissimo che Nueng, il mio primo Kru in assoluto — e curiosamente il suo nickname significa proprio “uno” — all’orario concordato non si fece vedere.

Lo chiamai al cellulare.

Nessuna risposta.

Scoprii poi che era ancora ubriaco dalla sera precedente.

La corsa venne rimandata al giorno successivo.

Benvenuta in Thailandia.

Alla fine non fu affatto un problema.

Tornai in albergo e trascorsi la giornata in piscina come una vera vacanziera.

Nueng era lui stesso un fighter.

Molto bravo.

Aveva già insegnato per alcuni anni in Australia e oggi vive proprio lì, a Brisbane, dove ha aperto una sua palestra.

La RMB Team of Champions apparteneva a Rachid, un francese di origine algerina. Se ricordo bene, le lettere “R” e “M” del nome derivavano proprio da lui e dalla palestra che aveva aperto in Francia prima di creare una filiale in Thailandia.

I miei compagni di allenamento erano quasi tutti francesi.

E chi pratica Muay Thai sa bene che i francesi hanno una reputazione importante.

Sono forti.

Ed effettivamente lo erano.

Così mi ritrovai lì.

Felice.

In Thailandia.

Innamorata di Beppe.

Innamorata della Muay Thai.

E piena di entusiasmo all’idea di vivere finalmente la mia esperienza in un vero camp thailandese.

Avevo davanti tre mesi.

E volevo viverli fino in fondo.

Ogni giorno imparavo qualcosa di nuovo sulla Thailandia.

Passeggiavo da sola.

Esploravo.

Scoprivo quanto fossero gelidi i 7-Eleven e quanto fossero indispensabili per sopravvivere al caldo tropicale.

Anche Beppe veniva ad allenarsi la sera, dopo il lavoro.

Faceva principalmente boxe.

Nel frattempo avevamo legato molto anche con Rachid e con i due trainer thailandesi, Nueng e Song.

Ero felice quando riuscivamo ad allenarci insieme.

Sembrava che nulla potesse cambiare.

La passione che provavamo l’uno per l’altra e quella che condividevamo per gli sport da combattimento sembravano renderci ancora più uniti.

O almeno così pensavo. Guardando indietro oggi, sono convinta che la Thailandia sarebbe arrivata comunque nella mia vita.

Con o senza Beppe.

Perché la Muay Thai mi era già entrata dentro.

Perché quelle sensazioni provate appena atterrata nella Terra del Sorriso erano un segnale troppo forte per essere ignorato.

Non credo molto alle coincidenze.

Penso che molte delle cose che ci accadono facciano parte di un percorso più grande di noi. Un percorso che esiste già e che, in qualche modo, continua a chiamarci finché non decidiamo di ascoltarlo.

Sta poi a noi scegliere se ignorarlo oppure avere il coraggio di seguirlo.

Nel mio caso, quel percorso era iniziato il giorno in cui misi piede in Thailandia.

Oggi, più di dieci anni dopo quel primo viaggio, vivo gran parte dell’anno qui. Ho combattuto circa ottanta match, mi sono allenata in camp che nel 2011 conoscevo solo attraverso i racconti sentiti in palestra, ho conosciuto persone che hanno cambiato la mia vita e vissuto esperienze che allora non avrei nemmeno saputo immaginare.

Ma quando penso a dove tutto è iniziato, torno sempre a quel giorno.

Una valigia.

Un autobus diretto a Pattaya.

Una camminata sotto il caldo umido della stagione delle piogge.

E quella strana, inspiegabile sensazione di essere arrivata a casa in un posto che non avevo mai visto prima.

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